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La Professoressa Raccanello racconta “Le meraviglie dell’avventura”

Le meraviglie dell'avventura

Intervista alla Professoressa Raccanello curatrice della traduzione de Le meraviglie dell’avventura che raccoglie tre racconti di Guy de Larigaudie

Nonostante vi siano degli aspetti comuni, le storie di Yug e Jacques differiscono sensibilmente l’una dall’altra. Qual è, secondo il suo punto di vista, l’aspetto che più le distingue?

La differenza maggiore è data dal contesto in cui sono ambientate le storie. Yug vive in un’era preistorica e Larigaudie, raccontando le sue avventure, trova il modo di inserire riferimenti epocali importanti come la scoperta del fuoco, l’utilizzo di materiali come il ferro, le pitture rupestri. E tutto ciò sullo sfondo di una costante lotta per la sopravvivenza, che prepara alla vita adulta il “cucciolo d’uomo”, forgiandolo nel corpo e nel carattere. La storia di Jacques ci porta nel XX secolo, in epoca coloniale; i viaggi transoceanici aprono un po’ alla volta la strada alla globalizzazione di cui oggi siamo testimoni, se non protagonisti. Inoltre, se Yug non ha più i genitori e va alla ricerca del suo clan, Jacques appartiene a una famiglia che gli offre molte opportunità, tra cui quella, fondamentale, di scoprire un mondo diverso da quello europeo, dove incontra la fauna e la flora lussureggiante delle foreste indiane, sulle orme degli eroi di Salgari e Kipling, e dove, per le esperienze che lo mettono alla prova, si ricongiunge al personaggio di Yug.

Yug si caratterizza per la sua connessione totale con la natura tanto che, in alcune circostanze, sembra che il ragazzo abbia acquisito l’istinto tipico degli animali. In che modo le gesta del ragazzo e il suo carattere possono essere di ispirazione per il giovane pubblico?

È indubbio che i ragazzi che avranno l’occasione di leggere il libro di Larigaudie vivono in un mondo del tutto diverso da quello in cui Yug deve mettersi alla prova costantemente, tra una flora e una fauna spesso ostili, aguzzando l’ingegno per sfruttare al massimo i pochi mezzi che ha a disposizione. Emulare Yug sarebbe oggi, di fatto, anacronistico, ma penso comunque che immergersi nella lettura delle sue avventure possa comportare molti insegnamenti, riscoprendo una sorta di decalogo che al di là delle diverse coordinate spazio-temporali ha una validità propria e che andrebbe in qualche modo interiorizzato. Quindi essere capaci di guardarsi attorno con curiosità per capire il mondo circostante e poter essere interattivi e non spettatori passivi; affrontare le sfide, perché è un modo per prendere coscienza delle capacità che abbiamo – e che magari non sapevamo di avere –, pronti a ritentare se il risultato finale non sarà quello sperato; saper offrire il nostro appoggio a chi ha bisogno, senza pregiudizi di sorta; andare alla scoperta continua di sé e degli altri, perché questo è un presupposto importante per una convivenza armoniosa, in ogni tempo e in ogni luogo.

Oltre al desiderio della scoperta e dell’avventura, i racconti narrano storie d’amicizia. Cosa possono imparare lettori e lettrici dalla narrazione di questi legami così saldi?

Destinando buona parte della narrazione all’amicizia, Larigaudie sigla un messaggio importante, che coincide con l’assunto aristotelico: infatti, se dapprima ci illustra un legame che nasce in un momento di necessità – Yug soccorre animali in grande difficoltà, perlopiù feriti, che poi ricambiano le sue attenzioni – in seguito la motivazione dell’utilità viene dimenticata e resta la vera fratellanza, cementata dal volersi bene reciproco. Allora l’amicizia, da legame necessario nato in una determinata contingenza, si trasforma in un rapporto bellissimo, destinato a durare, diventando un punto di riferimento imprescindibile. Oltre a ciò, chi legge le storie che vedono protagonisti Yug e Jacques impara che l’amicizia è sempre possibile, al di là di ogni differenza, come già insegnano i romanzi di Jack London e Rudyard Kipling. S’impara, inoltre, che l’amicizia non comporta uno spreco di parole, ma può nutrirsi di silenzio. Yug non parla il linguaggio dei suoi amici – il cavallo, il falco, il leone – e inizialmente nemmeno quello del ragazzo nero che gli insegna a fare il fuoco e che lo ospita nel suo clan, così come Jacques non parla il linguaggio di Fiore della Sabbia, la pantera che lo affianca nella foresta indiana e che lo segue imperterrita anche fuori dal suo ambiente naturale. E nonostante ciò diventano inseparabili. Un dato su cui riflettere nell’attuale quotidianità, pervasa da un chiacchiericcio che di fatto ha svalutato la comunicazione vera.

Un altro aspetto che emerge dai racconti è la tenacia dei protagonisti nel superare situazioni dalle quali sembra apparentemente impossibile uscire. È forse un espediente dell’autore per stimolare la caparbietà di lettori e lettrici anche nei momenti più difficili?

Yug e Jacques sono dotati di grande tenacia, fino alla caparbietà quando ritentano prove in precedenza fallite, dimostrando di mettersi in discussione, di riflettere e cercare soluzioni diverse da quelle già sperimentate. Oltre a un indubbio coraggio, dimensione a volte amplificata dalla finzione narrativa, i due ragazzi incarnano la dote di chi non si arrende. Certo, per le situazioni in cui vengono a trovarsi, arrendersi il più delle volte vorrebbe dire soccombere in un contesto naturale che ha regole molto dure. Anche se così non è per i lettori delle loro avventure, la perseveranza che dimostrano Yug e Jacques serve ugualmente da esempio. Le insidie della giungla possono diventare la metafora delle nostre difficoltà quotidiane: come le affrontiamo? Lasciamo perdere tutto alla minima difficoltà, magari con un senso di amarezza che si accumula di rinuncia in rinuncia? Oppure, al contrario, siamo un po’ troppo sventati, troppo sicuri dei nostri mezzi e poco propensi alla riflessione? E a proposito di mezzi: abbiamo osservato quali sono gli strumenti con cui Yug e Jacques affrontano tante difficoltà? Gli strumenti materiali, ci racconta Larigaudie, sono davvero pochi, e di conseguenza preziosi: e questo, oggi, è un messaggio ragguardevole. Ma i due piccoli eroi compensano la penuria materiale con la tenacia, per l’appunto, nella quale convergono l’audacia, ma anche la riflessione, la forza fisica, ma anche la bontà d’animo.

Vi sono delle parti dei racconti da lei tradotte che si sono rivelate più difficili da interpretare?

Non ho incontrato passi di difficile interpretazione. L’unico problema che mi sono posta ha riguardato la resa di certi termini presenti nei testi originali perlopiù sconosciuti ai giovani lettori, che identifico come il pubblico destinatario. Si è trattato, in sostanza, di scegliere tra la semplificazione lessicale, con iperonimi che andassero a sostituire parole al limite dei tecnicismi – in particolare nelle descrizioni delle imbarcazioni – o il mantenimento delle “parole difficili”. Si sa che un traduttore può avere un margine di manovra, entro il quale agire in base all’obiettivo che si pone. Per quanto mi riguarda ho scelto di aderire al lessico di Larigaudie, nella consapevolezza che la lettura di un libro – oltre a farci immergere nella bellezza della finzione letteraria – offra anche la possibilità di arricchire il nostro vocabolario, sempre che non saltiamo a piè pari le parole che non conosciamo, ma andiamo a cercare il loro significato, aumentando le nostre conoscenze (Yug e Jacques si comporterebbero così!). Un esempio per tutti: perché privare Yug della sua mitica “zagaglia” riducendola a una banale “lancia” spogliata del suo spessore storico-etnologico? E oltre a ciò, perché privare i più curiosi, che volessero andare a cercare oltre il significato della parola, di sapere che il termine deriva dal berbero tramite la lingua spagnola e di addentrarsi così nell’affascinante mondo della contaminazione delle lingue e delle culture?

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